I carciofi erotici fino all'ultima ... foglia

Cucinare è sexy. Una storia per servire i carciofi con tanto amore.

 

 

Dopo che il caldo cielo d'aprile si riversò su di noi e i vestiti mi si attaccarono sulla schiena, corremmo giù per la collina attraversando le vigne. Guardavo le sue belle gambe davanti a me e respiravo l'odore della sua pelle accaldata. L'erba fresca mi si impigliava tra i piedi. "Dammi la mano!" Intrecciammo le dita e corremmo fianco a fianco sù per la salita e io ansavo nell'aria umida.

La casa della sua zia non si distingue per niente dalle altre case della zona, alcune sono ancora testardamente custodite da donne anziane dimenticate da tutti tranne dai ricordi. La zia si trova da qualche mese nella casa di riposo - sei andato a vedere se le finestre sono chiuse? Hai pagato la bolletta della corrente? Hai controllato la cassetta della posta? Il limone è ancora vivo? - nel frattempo la casa resta ordinata, pulita, un po' alla vecchia maniera e un po' buffa. Ci fermammo nell'orto e lui con un coltellino raccolse qualche carciofo. I fiori di una vecchia varietà istriana. "Vado a prepararli. Attizzerò il fuoco nella cucina a legna," disse aprendo la porta con la chiave. Io rimasi sulla pioggia in modo che lavasse via l'amarezza che nelle ultime settimane si era depositata in me. Mi levai le scarpe fradice e passai accanto al rosmarino e alla salvia, facendo scorrere le dita tra i loro rami per sentire il profumo attraversare la pioggia.

 

Lui aprì gli scuri della finestra della cucina: "Dai, buttami un limone! Mi serve per i carciofi." Raccolsi un frutto giallo cerato e glielo buttai così forte che non riuscì a prenderlo e andò a finire per terra nella cucina. Si sentì gorgogliare la pompa dell'acqua e l'acqua sgorgò nell'acquaio. Poi il tagliere sbattè sul tavolo e il coltello attraversò i carciofi. Io stavo bene sulla pioggia e le gocce formavano dei rigagnoli che scendevano giù per il viso e il petto. Una pioggia feconda si abbatteva sulle saline sotto di noi e salendo il versante mi raggiunse, scrosciando sulla maglietta, la camicetta bianca e la gonna a fiori. E mentre qui sopra l'acquazzone imperversava, nelle saline già risplendeva il giovane sole. Stavo bene ma ero triste da morire.

 

 

"Vieni, ti raffredderai," si sporse dalla finestra. Feci un cenno con i capelli bagnati e restai ferma sul ciglio del cortile. Volevo che il freddo mi arrivasse fino alle ossa, fino a sentire la mia essenza. L'acqua piovana smise di gorgogliare nei pluviali. I capelli gocciolavano e la camicetta mi si attaccò sulla pelle. Quando feci un passo in avanti la gonna mi si impigliò tra le gambe. Ecco, questo è quello che volevo, che mi si toccasse di nuovo, non importa se si tratta solo di cotone!

 

Dalla cucina si sentì il cigolìo del forno che si apriva e un profumo che sapeva di calore. "Porta la spesa dalla macchina!" Andai a prendere il sacchetto con la pagnotta di pane bianco croccante, un pezzo di formaggio e una bottiglia di malvasia. Sulla soglia provai a pulirmi i piedi sporchi.

"Hai qualcosa per cambiarti?"

Lo guardo intestardita. "Non ho freddo," dico con la voce rauca e mi siedo sul bordo usurato della panca in cucina. Nello spargher si sente lo scoppiettìo della legna secca e in cucina fa già caldo. L'acqua gocciola dai miei vestiti bagnando il pavimento veneziano. I capelli stanno incominciando a odorare di primavera. La pelle si tende e prude. Mi butta in grembo un asciugamano consunto: "I carciofi sono pronti. Li ho preparati come mi ha insegnato la zia: li tagli, ci strizzi il limone, un po' di sale, un filo d'olio e via nel forno. Semplice. Poi ci vuole solo un po' di pane e di formaggio."

I capolini nella teglia stanno ancora friggendo quando ne prendo in mano il primo. Finora avevo sempre mangiato con la forchetta, aspettando che fossero serviti sul piatto. Questi invece stanno ancora grondando di succo.

"Prendi una foglia e falla passare tra i denti," mi dice e mi guarda. Strappo una foglia. Il gusto è giovane e avvincente. Mastico e bagno con la malvasia. Non ho più freddo. Le foglie sono sempre più tenere e saporite, incomincio ad avere caldo. Le coscie umide scaldano la panca. Tolgo la maglia. Poi apro un bottone della camicetta, prendo un'altra foglia, mangio, gli scarti li appoggio su un piatto, pulisco le dita unte con il pane, apro un altro bottone e lo guardo. Lui se ne accorge e appoggia il capolino arrivato quasi al cuore. Mi fissa. E io lo guardo negli occhi. Non c'è bisogno di dire più niente. Mi viene voglia di slacciare tutti i bottoni e di scoprire i miei capezzoli impazienti. Il tessuto bagnato si stacca svogliatamente dalla pelle e da me si levano delle vampate umide.

Mi tolgo la camicetta e resto seduta a seno nudo con addosso solo la gonna a vita. Lui manda giù una sorsata, mi guarda un po' turbato e un po' infastidito. Gli occhi gli spaziano sulla mia pelle nuda insieme al tepore emanato dalla cucina a legna.

Con l'asciugamano che tenevo nel grembo mi passo la pelle umida dalla nuca allo sterno e lungo l'avvallamento tra i seni, passandovi sotto per raggiungere la clavicola e continuare ad asciugare bene con cura un seno alla volta. "Se continui in questo modo ..." "Se continuo in questo modo, che cosa succede?" "Non finiremo di mangiare," dice alla sua maniera concreta, solo la sua voce un po' più stretta del solito lo tradisce. Metto via l'asciugamano e riprendo a mangiare i carciofi. Prendo tra i denti le foglie sempre più saporite e le succhio con cura. Spoglio il fiore fino ad arrivare al cuore. Mi sporgo per prendere la bottiglia e con il capezzolo sfioro il tavolo freddo. Non avevo mai fatto una cosa del genere. Spogliarmi davanti a qualcuno. Mangiare nuda as un tavolo. In una casa altrui. Offrire i miei capezzoli turgidi alla vista altrui.

 

 

Mi verso del vino. Bevo. Lo guardo. Poi mi alzo, mi slaccio la gonna e lascio che mi scivoli fino alle caviglie. Esco dal cerchio bagnato, improvvisamente intraprendente e impetuosa, mi tiro giù anche la mutandina e allungo le mani davanti a me. "Ma sei come un carciofo," dice leccandosi le labbra, mentre io cammino per la cucina e tendo le mani sopra la piastra arroventata in modo che il caldo mi accarezzi, mi passo le dita tra i capelli bagnati e li scuoto. Improvvisamente ho voglia solo di ridere dal profondo della mia essenza.

"Sei come un carciofo," mi sospira nei capelli, appoggiandosi alla mia schiena.

Il mezzogiorno è già passato quando mi risveglio tra le lenzuola consunte di sua zia. Su per l'erta sotto il cortile sta schiamazzando un gruppo di ragazzi al ritorno da scuola. Da Elvira sta cantando il gallo e Guido sta chiamando dai filari. Le mani che prima si allungavano per scostare le mie foglie, ora dormono su di me. Le sue coscie ora sussultano accanto alle mie. Fuori la ghiaia scricchiola sotto le ruote della macchina del postino. La radio a tutto volume canta:  "... Perché ti voglio amare/ stanotte adesso siiii/ mi basta il tempo di morire/ fra le tue braccia così/ domani puoi dimenticare/ ma adesso dimmi di si ..."

 

Mirjam

Styling e foto: Matejad

CasaTrend
12. mar 2011

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